Diego Vencato intervistato da Nodus

Feb 27.2022

Diego Vencato intervistato da Nodus

Nodus collabora con i più famosi designer del mondo. Si tratta di creativi famosi per il loro stile e per la continua innovazione che sanno portare con le loro idee. Uno di questi artisti è Diego Vencato. Lo abbiamo intervistato. Andiamo quindi a conoscerlo meglio, per comprendere quali sono le sue idee sul design e quali sviluppi prevede per il futuro.

Come definiresti l’essenza o le caratteristiche primarie del tuo lavoro? Ogni designer ha un suo stile, dei suoi caratteri distintivi… quali sono i tuoi?
Lavoro molto sui materiali e sulle tecnologie. È un approccio basato sulla ricerca, fatto di prove, sperimentazione, e quindi richiede molto tempo. Cerco sempre di portare innovazione, anche nel rapporto tra l’uomo e la realtà materiale.
Intendo il progetto nel modo più ampio possibile: ci deve essere un’idea solida, poi mi concentro sulla produzione, che deve essere il più possibile logica e snella, e infine sull’empatia che si genera tra il progetto e chi ne fruisce.

Quali sono le persone o le storie che ti hanno più influenzato nel tuo percorso lavorativo?
Ammiro molto il lavoro di progettisti come Angelo Mangiarotti e Jean Prouvé, perché hanno usato la tecnica in modo magistrale: la minima quantità di materiale possibile per ottenere il massimo risultato, attraverso un processo in cui il dettaglio tecnico, o il semilavorato, acquisiscono una loro nobiltà linguistica e una grande valenza estetica.
Poi, mi piace ricordare un incontro che ho avuto con Achille Castiglioni. Andai in Triennale per una mostra e lo vidi seduto al caffè con alcuni amici. Ero ancora uno studente e mi avvicinai per ringraziarlo del suo lavoro, che per me era un riferimento importante. Lui si alzò, mi prese sottobraccio e mi disse: “Andiamo a fare due passi, così mi racconti che cosa fai”. Alla fine della chiacchierata, mi disse: “Lo so che vuoi cambiare il mondo, come tutti i giovani, ma ti dico che il mondo non lo cambierai. Quello che devi fare è andare dalle aziende, capire i loro problemi e cercare di risolverli. Se riesci in questo, avrai fatto tantissimo”. Direi che è stato un grande consiglio. Però ho ancora voglia di cambiare il mondo, anche se non per forza attraverso il design.

In che modo l’aspetto culturale legato al tuo paese e alle sue tradizioni entra nei progetti?
Direi in molti modi. Amo la cultura mediterranea e la capacità dei popoli di quest’area di portare avanti un sapere millenario, aggiornandolo continuamente. Amo la capacità tipica italiana di trovare sempre una soluzione, spesso attraverso percorsi a dir poco inusuali. Se lavori con un’azienda Italiana, questi aspetti alla fine diventano l’essenza stessa del progetto.
In generale, comunque, sono affascinato dalla cultura dei popoli di tutto il mondo e, in particolare, dagli aspetti più ancestrali. Infatti Decorated Skin, il tappeto disegnato per Nodus, si rifà alle culture tribali e alla decorazione del corpo.

Come vedi il futuro e quali pensi saranno i nuovi trend nel design?
Attualmente, stiamo progettando ancora con la stessa filosofia nata nel secondo dopoguerra, ma allora c’era tutto da rifare, c’era bisogno di tutto. Soprattutto, però, quello è stato un momento di cambiamento epocale. Ed è per questo motivo che si è sviluppata una nuova cultura del progetto.
In realtà, ora non è più così. Sta cambiando la consapevolezza delle persone e quindi cambierà anche il progetto. Non so bene in che direzione andremo, ma credo che a breve ci sarà un altro cambiamento epocale.
Questo è quello che penso adesso. Magari domani mattina cambio idea.

Che cosa pensi della sostenibilità oggi? Pensi che sia un elemento basilare del design o che sia un valore aggiunto?
Direi che per un prodotto il miglior modo di essere sostenibile è essere bello e funzionare bene, così non hai nessuna voglia di buttarlo. Nessuno butterebbe una sedia degli Eames.
Detto questo, penso anche che debba cambiare il modo in cui vediamo il mondo e viviamo le nostre vite, ma qui il discorso si fa piuttosto lungo.

Quanto conta e quanto spesso è presente nei tuoi progetti l’aspetto sociale?
Il progetto è per le persone, sempre.

Il design è più emozione, più razionalità/funzionalità, oppure non c’è prevalenza tra uno dei due aspetti?
Ogni progettista e ogni azienda hanno il proprio approccio, non c’è un modo giusto, sbagliato o migliore di progettare. È questa la bellezza.
Personalmente, mi piacciono i progetti che contengono sia l’aspetto funzionale sia l’aspetto empatico, e che riescono a bilanciarli bene.

Che cosa pensi del ruolo del tessile nel design?
Direi che è fondamentale. Basta pensare a come un’architettura nuda e brutale diventi immediatamente più calda, più intima, anche solo inserendo un tappeto o una tenda.

Per concludere, un aforisma o una frase che ti rappresenta.
Sono molto pignolo e… rompiscatole sui progetti. Le aziende con me devono avere pazienza, molta pazienza, e per questo le ringrazio.

 

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